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Primo capitolo/2
Se ha telefonato lei, sarà perché
è successo qualcosa. Però non si decide e l’altoparlante
mi rimanda il suo respiro, pause, il mio nome, voci che sussurrano
e mobili che vengono spostati. Zia Maria resiste un minuto
così, poi chiude.
Settimo ed ultimo messaggio, ancora lei: “Sono da don
Saro. È morto. Vedi un po’ se puoi avvicinare
al funerale in chiesa da noi. È dopodomani alle cinque”.
La linea cade forse perché il tempo a disposizione
è terminato, ma più probabilmente la zia ha
riagganciato. Si sarà resa conto che tentare di avvertirmi
le aveva preso fin troppo tempo e che doveva ancora telefonare
a tanta gente. E allora penso a quante altre telefonate aveva
già fatto zia Maria. Perché quando muore qualcuno
ad avvertire ci pensa sempre lei? Non è che finirà
per piacerle questo suo lugubre alter ego telefonico? Non
tento neanche di darmi una risposta perché subito mi
prende la tristezza.
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Mi metto a rigirarmi tra le dita le bomboniere
del tavolinetto d’ingresso. Sono tutte molto piccole
e d’argento, non riesco ad abbinarle alle rispettive
ricorrenze. C’è una sedia, una foca che tiene
una palla in equilibrio sul naso, delle chiavi di diversa
grandezza e filettatura, persino una forchetta. C’è
anche un trombone che per quanto ne so potrebbe chiamarsi
bassotuba e un violino senza archetto ma con tre corde
trasparenti fatte con la lenza. Provo a strimpellarlo
con l’unghia ma niente.
Sul tavolinetto trovo anche il libro di Martino. Glielo
avevo visto in mano qualche giorno fa, deve esserselo
dimenticato quando è venuto a farsi prestare il
rasoio elettrico. Sulla copertina c’è un
volto sorridente di ragazza impiastricciato di crema e
con due fette di cetriolo sugli occhi. Il titolo dice
Mamaja ime nuk mbyll kurrë. Lo sfoglio ma non riconosco
la lingua, perciò lo rimetto a posto quasi subito.
I pensieri, lividi pensieri, mi assalgono di nuovo e allora
per rilassarmi decido di anticipare di qualche ora la
preparazione del brasato al barolo.
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